Elezioni per la Repubblica Democratica del Congo, il Paese si prepara alle urne con più partiti e alle prese con la prima transizione democratica nella sua storia. L’analisi di Ylenia Citino

È guerra diplomatica fra l’Unione Europea e la Repubblica Democratica del Congo. Un Paese in piena crisi di ebola che, tra sabotaggi e scontri armati, si prepara con elezioni multipartitiche alla prima transizione democratica nella sua storia. Il Congo, però, non ci sta alle intromissioni “neocolonialiste” degli europei. Con 48 ore di tempo, l’ambasciatore Bart Ouvry, capo della delegazione dell’Unione Europea a Kinshasa, è stato dichiarato “persona non grata” e intimato a lasciare il Paese. Una ritorsione contro il mantenimento delle sanzioni europee su quattordici pezzi grossi dell’establishment locale.

Lo scorso 10 dicembre, infatti, il Consiglio Ue aveva rinnovato il pacchetto di misure sanzionatorie e restrittive contro la Rdc, disattendendo le aspettative di quanti, allineati con le politiche dell’attuale presidente, Joseph Kabila, speravano in una loro cancellazione. Fra i congolesi – colpiti dal congelamento dei fondi posseduti in Europa e dal divieto di ingresso o transito nei paesi europei – figura anche Ramazani Shadari, ex vice primo ministro e ministro dell’interno, delfino di Kabila e candidato presidenziale di punta in queste elezioni.

La “dinastia” Kabila (padre prima, figlio poi) detiene il potere dal 1996 grazie ad una combinazione di autoritarismo e soffocamento dei diritti umani e civili. Lo stesso Shadari, poi, in quanto ministro dell’Interno, si sarebbe macchiato di violenti atti di repressione delle opposizioni e arresti arbitrari di attivisti, avvalendosi di un uso sproporzionato della forza. Secondo l’Unione Europea, Shadari è colpevole di aver pianificato, compiuto e diretto atti consistenti in gravi ed insopportabili violazioni dei diritti umani. Questo giustificherebbe l’applicazione e il mantenimento in forza delle sanzioni.

Si nutrono, inoltre, seri dubbi sulle imminenti elezioni, ripetutamente posticipate e da ultimo differite a marzo in tre città del Nord Kivu e della provincia di Mai-Ndombe. La ragione ufficiale sarebbe la situazione di conflitto armato in corso e l’emergenza ebola, ma gli avversari politici hanno levato forti voci di protesta, trattandosi di importanti roccaforti delle opposizioni. Preoccupa anche l’uso di macchine semi-elettroniche per il voto, mai testate prima in un paese nelle cui aree rurali non c’è corrente elettrica. Un altro grave problema, che potrebbe inficiare la correttezza delle operazioni elettorali, ma che è comune a molti Paesi africani, è l’assenza di dati sul numero esatto di votanti.

Assicurare la pace nel Congo-Kinshasa è un aspetto fondamentale della politica europea in Africa. Si pensi solo che dei suoi 81 milioni di abitanti, il 70% di essi vive con meno di un dollaro e 90 al giorno. La situazione di conflittualità perenne nelle province del nord ha provocato ad un’escalation di violenze. Le forze del governo combattono contro i signori della guerra, intrecciandosi con le questioni etniche legate agli esuli hutu rwandesi. Stupri, pulizia etnica, torture, esecuzioni sommarie, bambini soldato sono all’ordine del giorno. In una simile conclamata anarchia, tra l’altro, si favorisce la proliferazione di cellule jihadiste provenienti dal Sud Sudan. Queste disgrazie si sommano ai rischi di contagio dell’ebola che, sviluppandosi in una zona confinante con Rwanda, Uganda e Burundi, potrebbe, come già episodicamente avvenuto, facilmente varcare le aree di frontiera più porose. Il Congo, infine, possiede la seconda più grande foresta pluviale del mondo dopo l’Amazzonia, con le ultime famiglie di gorilla di montagna rimaste al mondo (sono sorvegliate in Rwanda e Uganda ma quando sconfinano in Rdc sono a rischio bracconaggio). La perenne instabilità politica non consente di monitorare e salvaguardare questi tesori dell’umanità.

Del resto, si consenta questa breve digressione, la storia dell’ex Zaire è sempre stata segnata da alcune peculiarità, che ne hanno reso il territorio una polveriera dell’Africa centrale. Quando Mobutu Sese Sekoprese il potere nel 1965 aveva già all’attivo, da colonnello, l’arresto e la condanna a morte di Patrice Lumumba, eroe dell’indipendenza dai belgi. Dichiarò che il suo colpo di stato era indispensabile per non fare sprofondare il Paese nel caos e nell’ingovernabilità. Dall’indipendenza ad oggi, tuttavia, in Congo si sono susseguiti conflitti di estrema gravità. Le inestimabili risorse del territorio congolese, ricco in diamanti, oro, coltan, rame e uranio, principalmente concentrati nel distretto minerario del Katanga, lo hanno da sempre reso preda di interessi stranieri. Invece di procedere ad uno sfruttamento economico pacifico e ordinato, gli investitori stranieri si sono inseriti nelle dinamiche tribali, contendendosi il dominio.

La storia di Mobutu è abbastanza nota: un uomo che usava la banca centrale dello Stato come un conto corrente personale, una personalità oggetto di un culto sfrenato che si è arricchita con le finanze pubbliche come nessun altro dittatore africano. I soldi rubati allo Stato in bancarotta li investiva in lussuose ville e tenute in Europa. Aveva proprietà in Spagna, Francia, Italia, Portogallo. Ma agli annali passò soprattutto il famoso palazzo di Gbadolite, costato 100 milioni di dollari per via dei saloni rivestiti in marmi di Carrara, dei lampadari di Murano e dei mobili Luigi XIV. La residenza di Gbadolite era la Versailles dello Zaire. La corte del paese lì poteva trovare ospitalità, a costo di non fiatare. Si giungeva agevolmente nel cuore della foresta equatoriale grazie all’aeroporto integrato nella vasta proprietà, 15 mila ettari. Oggi, non ne restano che delle tristi rovine, sempre oggetto di documentari o reportage di curiosi e semplici nostalgici.

Negli anni di Mobutu, i potenti del mondo occidentale facevano a gara per rimanere nei favori del gigante africano, tenendolo alla larga dalle mire sovietiche. Oggi, per fortuna, l’Unione Europa può permettersi di mantenere sanzioni nei confronti di un paese che non risponde ai nostri standard democratici. E a nulla valgono le accuse di neocolonialismo, visto che l’Ue partecipa finanziariamente al ristabilimento della pace in Congo con il più imponente fondo di sviluppo sinora elargito verso un Paese africano: si tratta infatti di più di 620 milioni di euro da investire prioritariamente in tutela dell’ambiente, rafforzamento della sanità, costruzione di infrastrutture e consolidamento dello Stato di diritto. Il gioco delle potenze non è certo finito, ma oggi, per fortuna, l’Unione Europea non può più fare orecchie da mercante.